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Condizione
necessaria: un
racconto di: Maria Conversano
Nota: |
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Prologo John Koenig si guardò intorno, pensieroso. Il personale della centrale comandi era intento, frettolosamente, nello spegnere gli ultimi fuochi che provenivano dagli incendi sviluppatisi in seguito al “contatto” col pianeta Aetheria, e a rimettere a posto quanto era caduto in terra o era stato sbalzato via a causa delle colluttazioni che avevano preceduto il contatto stesso. Alpha doveva tornare subito alla perfetta efficienza e tutti si adoperavano a questo scopo. D’improvviso, il comandante sentì il bisogno insopprimibile di mettere calma e pace in sé stesso, di essere lontano da quella sala e da quegli uomini. Solo! Via da tutto quello che era successo lì dentro e che aveva imposto una cappa di gelo e di disorientante solitudine dentro il suo cuore. Notò lo sguardo di Helen, fisso su di lui, ma non se ne curò. Anzi, in qualche modo quello sguardo addolorato lo feriva più di ogni altra cosa. Soprattutto da lei voleva andare via! Uscì, silenziosamente, dalla sala comando e si diresse verso i grandi finestroni laterali nel corridoio buio, sulla destra della porta dalla quale era uscito. L’incredibile realtà di quello che era accaduto lo colpì ancora. Sollevò lo sguardo verso l’universo sconfinato e misterioso, fuori da quella base, nel quale la Luna vagava alla ricerca di un destino che, contrariamente a quanto chiunque avrebbe potuto supporre, sembrava scritto, per lui e chissà quante altre creature, sin dalla notte dei tempi. Sentì il peso di quel destino e di quel compito accarezzargli il cuore e contemporaneamente stringerglielo in una morsa opprimente, carica di angoscia. Eppure un pensiero rassicurante, che avrebbe accompagnato per sempre i loro giorni, il loro peregrinare nello spazio e nel tempo, era venuto da quel primo incontro con il loro destino e con la regina Arra. Era quello di un compito, una missione a loro affidata, e di una sorta di mano divina a guidare e… proteggere quella comunità di naufraghi nello spazio.
John Koenig sentì un passo leggero avvicinarsi alle sue spalle. Non ebbe bisogno di voltarsi per sapere a chi apparteneva. Quel passo che, in altri momenti e differenti circostanze, aveva dato sollievo alla sua anima in pena, alla sua mente immersa in pensieri troppo scuri e cupi, che aveva anche fatto accelerare il suo battito, ora, stranamente, gli era di conforto ma gli induceva anche una contrazione dolorosa al cuore, alla bocca dello stomaco, nell’anima ancora ferita e dolorante. Come togliersi dalla mente l’espressione addolorata ma ferma sul volto della donna, lo sguardo sofferto ma deciso con cui, poco prima, lo aveva guardato mentre cercava di precipitarsi sul tasto rosso che dava il via alla serie di esplosioni a catena che avrebbero dovuto provocare una gigantesca onda d’urto e allontanare Alpha dal pianeta Aetheria? Come dimenticare quello che lei aveva fatto, il suo inganno che gli lacerava l’anima come una ferita inferta con continuità? Eppure ne capiva, logicamente, le motivazioni, il tormento che l’aveva accompagnata mentre compiva quello che lei credeva essere il suo dovere, l’unica cosa logica da farsi in quella situazione che appariva assolutamente priva di altre speranze. Perché provava quello strano desiderio di carezzarla, di consolarla, eppure anche quello di fuggire, di andare lontano da lei e dalla ferita che la sua presenza gli faceva sentire ancora aperta e lacerante, nel suo io più profondo? Non si volse a guardarla neanche quando lei gli fu accanto. Continuò a fissare, pensieroso, fuori, verso la parte dell’universo che, ormai, era alle loro spalle.
Solo ora l’uomo si volse, brevemente, a scrutarla. Vedere quegli occhi e provare per lei quei sentimenti così contrastanti era, per lui, motivo di sofferenza. Aveva bisogno di parlare con sé stesso, di capire, prima di poter sperare di superare quel momento e tutto quel travaglio interiore, quel senso di distacco da tutto, di abbandono, che andava formandosi in lui, così nuovo, così inaspettato e sconosciuto, eppure così insidioso e opprimente. Il respiro gli si fermò, per un istante, alla vista del dolore, del timore, nello sguardo della donna. Provò un forte impulso che lo spingeva ad alzare una mano e a carezzare quel volto con tenerezza, ma le ferite e le domande che gli bruciavano dentro glielo impedirono. “No, avevi ragione, Helen!” le disse, calmo, lentamente, i pensieri persi a inseguire le misteriose maglie di un destino, di un disegno, di un futuro più grande di loro. “Avevi totalmente ragione,” continuò. “Se ti fossi comportata in modo diverso te ne avrei chieste le motivazioni! Hai fatto il tuo dovere…” si volse, tornando a guardare lo spazio infinito, fuori di Alpha. Una mano poggiata sul davanzale, come a sostenersi, a cercare un appiglio. Helen avvertì il contrasto fra le emozioni che lo agitavano, le parole espresse e quello che aveva chiuso dentro. Capì che qualcosa si era spezzato, dentro di lui, e ne ebbe paura. “…ma?” lo incoraggiò a proseguire nell’esposizione di quel che, intuiva, era stato fermato, taciuto, volontariamente. Avvertiva una ansia che le imponeva di andare avanti, di sapere, anche se temeva quello che poteva emergere.
Allora si volse e, senza proferire altre parole, si allontanò da quella finestra e da quella donna, il corpo lievemente curvo in avanti, quasi non reggesse più la fatica. Mentre andava via, sentì lo sguardo attento, addolorato, di Helen seguirlo, ma non si volse più a incrociarlo con il suo. Era stanco, vuoto, ferito e freddo e voleva solo essere lontano da lì, senza nessuno intorno. Si affacciò alla soglia della Sala Comandi solo per avvisare Paul che andava a riposare e che gli cedeva il comando di Alpha. Poi riprese il cammino, per nulla impietosito dallo sguardo contrito e imbarazzato del giovane, né da quello attento di Victor.
Capitolo Primo John Koenig percorse lentamente, stancamente, i corridoi di Alpha che lo conducevano al suo alloggio. Si sentiva intorpidito, stanco psicologicamente e fisicamente. Aveva freddo. Il leggero pigiama e i piedi scalzi sul nudo pavimento non facevano altro che accentuare il suo senso di inadeguatezza e di disagio profondo. Giunto a destinazione, aprì la porta con il commlock e, quando fu dentro, richiuse il pannello scorrevole e vi si appoggiò contro, ansante. Si sentiva addosso una stanchezza che gli appariva insuperabile, e anche i colpi ricevuti durante la colluttazione di circa un’ora prima, in Sala Comandi, cominciavano a far sentire i loro effetti. Gli doleva un polso. Lo guardò, tastandolo con l’altra mano. Gli pareva anche un po’ gonfio. Il torace, poi, sembrava lacerarglisi ogni volta che respirava un po’ più profondamente. Mosse un po’ le dita della mano sinistra. Gli sembravano a posto. Forse era solo una contusione. In ogni caso, non aveva alcuna voglia di andare al Centro Medico. Una rabbia profonda era dentro di lui, unita a un profondo senso di angoscia, ed entrambe tentavano di venir fuori con prepotenza. John si chiuse il volto fra le mani, stanco, addolorato, cercando di ricacciare dentro di sé quei sentimenti che non gli piacevano, che non era ancora pronto per affrontare. Si spostò dalla porta, quasi trascinandosi, fino a giungere al bagno. Andò al lavabo, lasciò scorrere un po’ d’acqua per renderla più fresca. Si chinò leggermente in avanti, appoggiandosi sul mobiletto davanti a sé, e si guardò allo specchio, attentamente, quasi stentando a riconoscere sé stesso. Come aspettandosi di vedere il suo volto trasformato nella stessa misura in cui lo era il suo stato d’animo. Si stupì nel notare che aveva un profondo taglio sulla fronte che sanguinava, anche se non copiosamente. Prese dal cassetto un batuffolo d’ovatta, lo mise sotto l’acqua fredda e tentò di tamponarlo. Poi si sciacquò abbondantemente il viso e tornò all’interno dell’alloggio. Si sedette sul bordo del letto tenendo, con una mano, un asciugamano premuto sulla fronte, sperando di arrestare il flusso di sangue. Aveva i brividi per il freddo. Allungò la mano libera verso il comodino e aumentò lievemente la temperatura della zona notte, abbassò quasi completamente le luci e si sdraiò, coprendosi con la coperta leggera di pail blu. Il dolore fisico che provava lo aiutava a superare quello più profondo che aveva dentro l’anima. Aveva detto a Helen quello che la sua mente, sinceramente, pensava, cioè che lei aveva agito rispettando quelle che erano le sue convinzioni e i dettami del suo dovere, certa com’era che egli fosse in preda all’azione delle radiazioni alle quali sia lui che Alan erano stati esposti. Le aveva anche detto che, al suo posto, probabilmente avrebbe fatto la stessa cosa, ma non sapeva se ciò corrispondeva esattamente al vero. Era incontestabile che solo trovandosi in determinate situazioni si possono conoscere le proprie vere reazioni. Questo lo pensava ancora. Ma non poteva impedirsi di sentirsi profondamente ferito dalla mancanza di fiducia che Helen aveva mostrato nei suoi confronti e nel suo giudizio. Tutti si erano comportati così e ora John aveva la sgradevole sensazione di essere diventato, di colpo, un estraneo, quasi fosse stato proiettato in un’altra Base Alpha, diversa dalla sua, nella quale tutti quelli che lo circondavano non erano che controfigure di quelli che egli aveva, sino ad allora, reputato suoi amici. Ma forse era solo in lui l’errore. Forse si era aggrappato, inconsciamente, a un’idea tutta sua delle persone che lo circondavano, che non corrispondeva al reale. Forse doveva smettere di sentirsi parte di una sorta di famiglia e convincersi che quello, nonostante tutto, era solo un lavoro. Scosse il capo. No, le sue erano solo le reazioni di un uomo ferito, toccato nelle più intime convinzioni da una mano fredda che gli aveva raggelato l’animo, procurando, con esse, una profonda lacerazione. Quello che aveva detto a Helen era vero. La sua mente, logicamente, non poteva che vedere la realtà con occhi obbiettivi. Ma quanto gli faceva male quello che era accaduto! Quanto lo feriva il modo in cui tutto si era svolto! Solo Alan... pensò. Ancora una volta Alan era stato al suo fianco, incondizionatamente, senza riserve, forte della fiducia che riponeva in lui, della solida certezza che viene dalla stima profonda che legava entrambi. Ma questo non era servito. Entrambi erano andati fuori da Alpha, protetti solo dagli schermi delle aquile, ed erano stati esposti alle radiazioni causate dalle esplosioni delle cariche nucleari con le quali avevano fatto saltare un asteroide in rotta di collisione con la Luna. Agli occhi di tutti sia lui che Alan erano in preda al delirio, affetti dal male causato dalla contaminazione. Era logico che Victor, Paul, Helen e persino la dolce Sandra, spinti dalla paura del contatto con quell’enorme pianeta che era Aetheria, pensassero a quello che aveva raccontato loro come alla manifestazione di un malessere da contaminazione, che si aggrappassero a quella convinzione senza stare lì a rifletterci troppo, giustificando con questa ipotesi la loro decisione di… ammutinarsi. Ma il modo, il modo… Era questo quello che lo feriva! Helen aveva finto di curarlo, di aiutarlo e, in perfetto accordo con Victor, aveva approfittato della totale fiducia che egli riponeva in lei per somministrargli un potente sonnifero, per mettere addirittura due guardie alla sua porta. Avevano… complottato… sì, Victor e Helen avevano complottato, finto fiducia, stima… lo avevano ingannato, inducendolo a rilassarsi, certo di essere compreso, creduto, circondato da amici, che la sua autorevolezza e il suo ruolo non erano messi in discussione. E invece… invece gli avevano somministrato un farmaco e lo avevano lasciato, fiducioso, inconsapevole, a riposare nel suo alloggio, sorvegliato da guardie che gli impedissero l’uscita. Aveva dovuto lottare per poter lasciare l’alloggio e raggiungere la Sala Comandi. Aveva dovuto lottare strenuamente, contro tutti, fianco a fianco con Alan Carter, per riuscire, alla fine, a impedire l’esplosione e permettere il contatto tra i due corpi celesti. Se lo avessero contestato apertamente, pensò John, incupito dalla rabbia che sentiva crescere sempre più dentro di sé, se gli avessero detto quello che pensavano, come invece avevano fatto Paul e gli altri, avrebbe capito, avrebbe compreso. In fondo era la loro convinzione ed era nel loro pieno diritto dissentire da lui, avere opinioni diverse, anche se la decisione finale, a rigor di logica, toccava a lui. Avrebbe accettato con maggiore serenità che Helen gli dicesse chiaramente quello che pensava, anche rimanendo ferma nelle sue convinzioni, che lo destituisse dal comando per manifesti problemi medici, ma non che gli facesse credere di essere compreso, apprezzato, aiutato, per poi ingannarlo a quel modo, prima che egli potesse bloccare la procedura per la serie di esplosioni programmate con lo scopo di generare un’onda d’urto che avrebbe allontanato la Luna da Aetheria ed evitato il contatto. John si pose una mano sugli occhi, chiudendoli, serrandoli, come a evitare di vedere ancora, nella sua mente, il volto di Helen mentre, alla riunione del personale di comando, fingeva di credergli, di concordare con lui, di avere fede in lui, rabbonendolo, calmandolo, mentre meditava l’inganno. Come potevano quegli occhi nei quali più volte aveva creduto di leggere qualcosa di più di quello che c’era, apparentemente, fra di loro, qualcosa di più di quello che entrambi lasciavano libero di esprimersi, essere così aperti e ingannevoli al tempo stesso? Non riusciva a levarsi dalla mente quegli occhi, John, nonostante, in quel momento, essi gli dessero una sensazione amara, tagliente, profonda come la ferita sanguinante di un pugnale infisso nella propria anima.
“John,” disse la donna, “posso entrare?” Il volto esprimeva ansia e preoccupazione. “Non è il momento, Helen. Vorrei dormire un po’.” “Non ci metterò molto, John. Voglio visitarti un attimo”, insistette lei, una nota tremante nella voce. “Sono molto stanco, Helen”, replicò l’uomo, alquanto duro, quasi insofferente. “Stavo per addormentarmi. Sto bene. Non è il caso di preoccuparsi. Voglio solo dormire.” Concluse con un tono secco. “John…” la voce di Helen era bassa, spezzata da una esitazione dolorosa, ferita ma decisa. “Voglio parlarti.” “Non ora, Helen. Parleremo, ma non ora.” La voce di John era sempre più dura e non ammetteva repliche, ma lei non si fece scoraggiare. “Fammi entrare solo per un attimo, John.” L’uomo si arrese, contrariato. Schiacciò una tasto del commlock e attivò l’apertura della porta.
“Ti ho portato qualcosa da mangiare,” disse, “nel caso avessi fame…” Notò lo sguardo dell’uomo che fissava il liquido nella caraffa e intuì il suo pensiero. “Non ci sono sonniferi, John” disse ancora, con un tono tra lo stizzito e l’implorante. “Non lo pensavo…” disse l’uomo “…ora non avrebbe avuto senso… ma prima hai ritenuto opportuno che fosse il caso…” La sua mascella si serrò in una smorfia di rabbia e di dolore. Helen poggiò il vassoio sul tavolino e volse il capo per nascondergli le lacrime che le invadevano gli occhi e che tentavano di venir fuori. Si sedette, poi, sulla sponda del letto, lontana da lui, ma anche vicina, in qualche modo. “Mi perdonerai mai, John?” Gli chiese, il capo chino. Koenig la guardò, così addolorata, colpita, ferita e fu tentato dalla sua dolcezza, dalla tenerezza che provava per lei. Forzò la propria mano a non sollevarsi, a non prendere quella di lei e stringerla fra le sue. La rabbia che provava, ora, era più forte dei sentimenti che provava per lei, la spaccatura creata nel suo animo era più profonda del suo desiderio di valicarla, di ricucirla. Si sollevò,appoggiandosi su un gomito, e si volse per non vedere il volto di Helen. Prese di nuovo l’asciugamano e la portò alla fronte, premendo. “E’ ora che
anche tu vada a dormire, Helen” le disse, non rispondendo, intenzionalmente,
alla domanda che la donna gli aveva posto. “Ora ho davvero bisogno di dormire,
e credo che non farebbe male neanche a te farlo. Parleremo, ma non ora, per
favore.” “Bene. Io sono fuori servizio,” gli disse, “per cui tranquillizzati, se ti sentirai male chiama pure il Centro Medico. Troverai Bob Mathias, non me!” Quindi si allontanò senza pronunciare più parola, ferita ma fiera. John ne seguì
la figura con lo sguardo, fino a quando la porta dell’alloggio non si fu
chiusa alle sue spalle. Era fortemente tentato di richiamarla, di correrle
dietro, di consolarla e scusarsi con lei. Una parte di lui avrebbe voluto andare
da lei, accettare il suo affetto, dimenticare tutto quello che era accaduto, ma
l’altra parte chiedeva a sé stesso quale era il senso di quel rapporto, di
tutto il suo comando, se nessuno di questi era basato sulla fiducia, sulla stima
e il rispetto, se lei e gli altri erano giunti a ingannarlo in quel modo che lo
feriva così profondamente. Si lasciò andare, tornando a distendersi, lo
sguardo fisso sul soffitto, tentando di soffocare il dolore che avvertiva in
ogni muscolo e che ora, passati i primi momenti, diventava sempre più acuto.
Medico. Ma le gambe gli dolevano e sembravano non reggerlo. Ogni respiro gli procurava lancinanti dolori alla gabbia toracica e dei capogiri contribuivano a complicare la cosa. Era quantomeno indolenzito, o forse era qualcosa di più. Si appoggiò, ansante, alla porta. Sollevò il commlock e accese la comunicazione col Centro Medico. “Qui John Koenig,” disse. “Centro Medico,” rispose una voce familiare. “Sono il dottor Mathias, Comandante.” “Ho bisogno di aiuto, Bob”, disse John, quasi con un fil di voce. “Non mi sento bene. Credo di aver riportato delle conseguenze dalle colluttazioni di ieri sera.” “Corro da lei, Comandante”, rispose il giovane medico, concitato ma preciso e professionale, “Grazie, Dottore.” “Comandante…” nella voce di Mathias c’era una nota d’indecisione. “Vuole che avverta il Dottor Russell?” “No!” La sua esclamazione, il tono deciso della voce, colpirono il giovane medico, ma anche sé stesso.
“Non si tratta di nulla di grave, Dottore”, insisté John, “solo qualche contusione e forse un paio di punti. Ho bisogno del suo aiuto per poter tornare a dormire e riposare tranquillamente.” “Bene, Comandante.” Bob era esitante, dubbioso, ma obbedì. “Corro da lei.” Effettivamente, meno di tre minuti dopo, Bob Mathias, accompagnato da una infermiera, era nell’alloggio del comandante. Visitò rapidamente l’uomo e giudicò più opportuno condurlo al centro medico per potergli fare degli esami più approfonditi e medicarlo meglio. John Koenig non era molto concorde con quella decisione ma si sottomise ai voleri del medico e lasciò che questi lo aiutasse a distendersi sulla barella e che lo coprisse con un lenzuolo, prima di portarlo fuori dal suo alloggio, verso il Centro Medico.
Disteso, gli occhi fissi sul soffitto che scorreva sopra di lui, la mano destra sollevata e posta sotto la nuca, John Koenig lasciava andare i propri pensieri e cercava di rilassare i propri muscoli dolenti. Scosse la testa, amareggiato. Quella situazione di dipendenza, di impotenza, anche se momentanee, non gli erano familiari e lo mettevano in uno stato di disagio che gli era difficile da sopportare, soprattutto in quel momento.
“Molto meglio, Comandante. Ha solo bisogno di riposo e gli stiamo praticando la cura del sonno, per questo lo vede collegato agli strumenti. Ma domattina lo dimetteremo. Potrà trascorrere le due settimane di convalescenza nel suo alloggio.” “Ne sono contento…” John sospirò. “Non se l’è passata molto bene, ultimamente.” Sorrise, lievemente. Bob gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla. “Stia tranquillo, comandante”, gli disse, rassicurante. “Ora pensiamo a lei.” John annuì, rilassandosi. Bob era una brava persona, equilibrato e assennato. Non aveva alcuna colpa. “Mi affido a lei, Dottore”, disse. “Sicuro di non volere che chiami il Dottor Russell?” “Sicurissimo!” gli disse John. “Mi fido ciecamente di lei. Non desidero altri consulti medici.” “Io intendevo…” ma Bob decise di non terminare la frase. In fondo, non gli piaceva impicciarsi e, se il comandante voleva così, probabilmente aveva le sue buone ragioni. “Bene, Comandante”, disse e condusse la barella verso il centro diagnostico.
Un’ora dopo, le indagini mediche su John Koenig erano terminate. Mathias gli aveva fatto degli esami radiografici e termografici per controllare sia eventuali fratture che problemi vascolari. Gli aveva bendato il torace, fasciandolo con delle bende elastiche abbastanza strette in quanto aveva rilevato due costole incrinate. Aveva poi imbracato il polso sinistro del comandante con un tutore rigido che serviva a impedire che la frattura riscontrata si scomponesse, infine era passato a suturare la vistosa e sanguinante ferita che l’uomo aveva sulla fronte. “Ha bisogno anche lei di un paio di settimane di riposo, Comandante,” disse infine Bob, deponendo la penna laser per suture sul carrello medico che aveva accanto e applicando una benda sulla fronte dell’uomo. “Non deve fare sforzi e deve evitare di sollecitare la gabbia toracica, né deve sforzare la mano sinistra, anche se è ben chiusa nel tutore. Per questa notte resterà qui. Domattina la controllerà il Dottor Russell e poi potrà tornare al suo alloggio.”
“Ma, Comandante…” provò a protestare Bob, “oramai è qui. Io le consiglio di restarci.” John scosse la testa, cercando, contrariato, le proprie pantofole. “Le assicuro che sto bene, dottore”, disse. “Non è necessario che io rimanga.” “Come vuole, Comandante.” Bob si arrese e gli preparò, in un misurino, uno sciroppo. “Beva questo”, gli disse, porgendogli il piccolo contenitore contenente un liquido viscoso dal colore ambrato. “L’aiuterà a riposare senza dolore. Domani passerò a controllarla e le porterò la terapia.” John bevve
d’un fiato il contenuto e riconsegnò il misurino al medico. Dopo un lungo momento in cui parve immerso in pensieri distanti da quel luogo e quella circostanza, il comandante riprese a parlare al giovane medico. “Bene, dottore”, disse, “la ringrazio e le auguro la buona notte”. Detto questo, senza attendere la risposta, John Koenig lasciò il Centro Medico, un po’ malfermo sulle gambe, e richiuse la porta alle sue spalle. Mathias rimase, perplesso e dubbioso, a guardarlo allontanarsi. Non avrebbe potuto fare nulla per indurlo a cambiare idea e, in fondo, motivi fondati non ce ne erano. Ciò nonostante avrebbe preferito che il comandante non fosse così caparbio e orgoglioso. Almeno l’antidolorifico che gli aveva somministrato l’avrebbe messo in grado di dormire tranquillamente. Poi, l’indomani, avrebbe provveduto al da farsi. Si volse, distogliendo la sua attenzione dalla porta, e prese la cartella clinica del comandante, una penna, e si preparò a stilare il rapporto riguardo all’intervento effettuato sul paziente.
John non si diresse direttamente al suo alloggio. Vagabondò, pensieroso, per qualche minuto, per i corridoi bui e deserti di Alpha, quelli esterni. Si sentiva improvvisamente estraneo come non si era sentito mai, fuori posto. Camminava con passo stanco e lento, e così sentiva muoversi la sua anima. Guardava quei luoghi, quelle pareti che erano diventati la sua casa, e gli sembrava di non riconoscerli, di essere su una nuova e diversa Alpha, sulla quale non aveva mai vissuto. La medicina che gli aveva somministrato Mathias cominciava a fare effetto? Quasi gli sembrava di essere circondato da sconosciuti, soprattutto ora, con la maggior parte nel personale non operativo rintanata nei propri alloggi, addormentata e silenziosa, mentre lui percorreva i corridoi bui e deserti.
“Ho atteso di conoscerti da tanti anni, John Koenig”, gli aveva detto l’anziana regina dai modi così eterei ed eleganti. E lui era stato subito catturato, affascinato dalla profonda intelligenza, dalla sincerità e gravità che leggeva nel fondo di quegli occhi azzurri, nelle pieghe di quel bel volto di donna, ricoperto da profonde rughe. “Dimmi di più”, le aveva chiesto, “quale sarà il nostro destino, il nostro futuro?” l’aveva incalzata con ansia, anche se gentilmente. “Cosa ne sarà di noi?” Arra gli aveva risposo con negli occhi una luce quasi sognante, un tono solenne. “Voi continuerete.” Aveva detto, grave, la voce ferma e decisa come quella di una sacerdotessa che pronuncia una profezia. “La vostra odissea non avrà fine. Voi prospererete e vi moltiplicherete, colonizzando nuovi mondi, nuove galassie. Popolerete le zone più profonde e remote dello spazio.” Avrebbe voluto chiederle di più e ora, più che in quel momento, si rimproverava di non averlo fatto. Cosa significavano, veramente, le parole di quella strana e affascinante donna? Perché non era stata più chiara? “La vostra
odissea non avrà mai fine”, disse John, sussurrando fra sé le parole della
regina Arra. “Mai fine…” ripetè, angosciato e affascinato dai molti
significati di quelle parole. “Vi moltiplicherete e colonizzerete nuovi
mondi…” pensò. Questo cosa significava? Aveva bisogno di comprendere o
anche solo di meditare e metabolizzare le parole di Arra, anche se sapeva che,
oramai, non poteva più chiarire quello che non era stato detto esplicamene, né
sapeva se effettivamente, desiderava conoscerlo. Forse anche per questo la
regina di Aetheria era stata vaga: conoscere il futuro al quale erano destinati
avrebbe, indubbiamente, condizionato le loro azioni, inducendoli a essere meno
guardinghi e attenti, oppure più rassegnati, mettendoli, forse, più a rischio
che se si fossero trovati a fronteggiare l’ignoto e, quindi, modificando
questo destino. Sì, forse era così. Ma John sapeva anche che non era nel suo
carattere lasciare da parte qualcosa di importante come quello che Arra gli
aveva detto. Ne avrebbe risentito la sua pace interiore. John fece una smorfia
che voleva essere un sorriso ironico e amaro. “Pace
interiore?” pensò. “Quale pace
interiore?” Si forzò a drizzarsi. Aveva molte, troppe cose sulle quali
meditare. Ma ora il farmaco che Mathias gli aveva somministrato cominciava a
fare effetto e lui si sentiva sempre più intorpidito. Doveva tornare
assolutamente al suo alloggio e mettersi a dormire. Gli sembrava di non riuscire
più a reggersi in piedi. Si sollevò e, a passo lento, il capo lievemente
chino, si avviò di nuovo per i corridoi di Alpha, diretto alla zona degli
alloggi dello staff direttivo. A un tratto si accorse di essere giunto davanti
all’alloggio di Helen Russell. Come c’era finito? Il suo subconscio aveva
avuto la meglio su di lui e lo aveva guidato li? C’era giunto perché lei era
uno dei suoi crucci e il motivo di un forte contrasto che sentiva sospeso dentro
di sé? Si soffermò a guardare il nome della donna scritto a grandi caratteri
bordeaux sulla porta. Chissà cosa stava facendo, in quel momento? Stava
dormendo? Oppure era sveglia a meditare? John scosse la testa, adirato con sé
stesso per quella debolezza che lo aveva portato sin lì, con lei, per
l’inganno che gli sembrava ancora di vedere nei suoi occhi, nei quali, invece,
egli aveva riposto fiducia incondizionata. John si riscosse. Serrò le labbra in una smorfia d’ira repressa e riprese a passo rapido il suo cammino verso il proprio alloggio, sdegnato. Si allontanò dalla porta di Helen quasi cercando una boccata d’aria pulita, lontano da lei, e la stessa sensazione ebbe passando, veloce, senza neanche darvi un’occhiata, davanti alla porta di Victor. Giunse al suo alloggio quasi ansante, il corpo affaticato e intorpidito dal farmaco. Aveva faticato per giungere, quasi di corsa, nell’appartamento, rifugiandovisi d’un balzo. Quando fu dentro, chiuse la porta e, col commlock, impartì al computer un ordine vocale, bloccandone l’apertura. Poi quasi gettò lo strumento elettronico sul mobile libreria, accanto all’ingresso della zona notte, e andò fino al suo letto. Per un attimo rimase a contemplarlo, quasi stentasse a riconoscere il luogo, poi vi si lasciò cadere quasi di traverso e si addormentò così, in quella stana posizione, sfinito e stremato.
Capitolo Secondo Helen Russell giunse molto
presto al Centro Medico, quella mattina. Aveva trascorso una notte agitata. Si
era svegliata più volte, in preda a una angoscia che solo in parte riusciva a
comprendere. Aveva l’impressione dolorosa di aver perso qualcosa di
fondamentale e irripetibile nella sua vita, e che questa situazione fosse
definitiva. “Dottor Russell!” esclamò. “E’ ancora presto! Come mai è qui?” “Buon giorno, Bob” rispose lei, cercando di sorridergli. “Non riuscivo a dormire così ho pensato di venire qui e di permetterle di andare via un po’ prima.!” “La ringrazio, Dottore” disse lui, cordiale. “Ma non ho ancora terminato di aggiornare le cartelle e il rapporto notturno.” “Allora, mentre lei finisce, le preparo del caffé, così potrà ragguagliarmi su quello che è accaduto”, rispose la donna, avvicinandosi al tavolino apposito e armeggiando con l’occorrente. “Molto bene…” Mathias impilò le cartelle cliniche della notte e riprese a scrivere le proprie annotazioni sulla penultima. “Qualche ferito leggero da piccoli incidenti dovuti alle combustioni di ieri sera”, riprese a dire. “Nulla di grave. Nessun ricoverato. Carter è ancora sotto terapia del sonno ma sta molto meglio e può tranquillamente essere dimesso in mattinata. Gli ho prescritto una convalescenza di due settimane e ho già presentato la richiesta di esonero dal servizio per malattia alla Sala Comandi.” Sollevò lo sguardo per sorridere a Helen che gli porgeva una tazza di caffé. “Grazie”, disse. Prese la tazza e continuò a parlare. “Ho mandato un analogo rapporto anche per il Comandante”, disse.
Bob posò sulla scrivania la penna e la tazza, rovistò fra le cartelle cliniche, ne estrasse una e la porse a Helen. La donna afferrò l’incartamento e lo aprì, leggendo attentamente e con ansia crescente quanto vi era scritto. “Stava abbastanza bene dopo il mio intervento, Dottore”, disse Mathias, dopo qualche attimo. “Gli ho consigliato di rimanere sotto controllo ma lui si è rifiutato categoricamente. Non ha atteso neanche che potessi riaccompagnarlo al suo alloggio.” Helen prese le lastre termografiche e quelle radiografiche e si avvicinò alla lavagna luminosa per analizzarle. Rimase per qualche attimo a contemplarle, poi raccolse il tutto e lo reinserì nella scheda per passare ad analizzare i tracciati. Li fece scorrere, con attenzione, fra le dita, poi alzò lo sguardo per incontrare quello di Mathias che, nel frattempo, si era alzato e l’aveva seguita. “Stava bene, Dottor Russell”, disse l’uomo. “Non deve preoccuparsi. Nulla di grave.” “Perché non mi ha chiamata?” gli chiese Helen. “Sarei venuta subito.” “Ho provato a convincerlo ma lui non ha voluto assolutamente che lo facessi.” “Gliel’ha detto chiaramente… che non voleva me?” Chiese Helen, ferita e titubante. “Beh, non proprio. Ha detto che si fidava completamente del mio operato e che non desiderava un altro consulto medico”, rispose il giovane. “Capisco…” mormorò Helen. “Ho promesso di passare da lui in mattinata…” Mathias sembrava titubante “…per controllarlo e portargli la terapia.” Esitò. “Ma se vuole andarci lei…” Helen rimase taciturna per un lungo momento, meditando e interiorizzando le notizie appena apprese, poi si volse di nuovo a guardare il collega negli occhi, fiera, a testa alta, anche se gli occhi, fiammeggianti, erano alquanto lucidi. “No”, disse. “Ci vada lei, come ha promesso, se non le è di troppo disturbo.” Bob abbassò il capo, guardando l’ultima cartella che aveva terminato di compilare, poi si volse e tornò verso la scrivania per posarci sopra l’incartamento. Quindi tornò a volgersi verso la donna. “Bene”, disse. “Io ho terminato. Se non ha cambiato idea andrò a riposare per qualche ora.” “Vada pure, Bob”, rispose Helen, soprappensiero. “Stia tranquillo.” L’uomo annuì, salutò con un cenno del capo e si diresse verso la porta. “Bob…” la voce di Helen lo fermò sull’uscio. “Si?” “Mi faccia sapere, dopo che sarà passato dal comandante…”continuò la donna, quasi sottovoce. “Lo farò senz’altro, Dottore.” E, dopo un sorriso rassicurante e amichevole, Mathias si allontanò.
Helen stava terminando di fare gli ultimi controlli ad Alan Carter, prima di mandarlo al suo alloggio, per la convalescenza. Misurò, col rivelatore, la pressione e la temperatura. Poi sorrise, lievemente, soddisfatta e incoraggiante. “Bene, Alan”, disse. “La pressione è un po’ bassa, ma è abbastanza normale che sia così, data la serie di stress alla quale è stato sottoposto. La temperatura invece è un po’ alta, ma anche questo è normale. Il suo corpo sta reagendo alle ferite e alle contusioni che ha riportato.” Alan si tirò su a sedere sul lettino dell’infermeria, indossò la casacca del pigiama e annodò la cintura in vita. “Allora, posso andare, dottore?” chiese. La sua voce era freddamente cortese, distaccata e formalmente educata. Il volto cupo e serio non era per nulla catturato dal sorriso e dal tono amichevole di Helen.
“Qualcosa la disturba, Carter?” chiese, adirata. “Me?” Alan prese la vestaglia, che indossò sopra il pigiama, e scese dal lettino. “Perché dovrebbe?” chiese ancora. “Voglio solo allontanarmi di qui e andare a riposare nel mio alloggio” “Non è l’impressione che da!” continuò Helen, riponendo il fonendoscopio sul carrello per le attrezzature. “Mi dispiace, allora. Non intendevo…” Alan fece per allontanarsi, un mezzo sorriso ironico sul volto. “Invece no, che non le dispiace!” lo bloccò Helen. “Dica la verità! Mi sta incolpando anche lei per quello che è accaduto!” Il suo sguardo ora esprimeva ira e frustrazione. Il volto del pilota, d’un tratto, mutò espressione. Divenne freddo e quasi sprezzante. “Vuole la verità, dottore?” le chiese, tornando verso di lei. “La vuole davvero?” Helen arretrò di un passo, nella mente l’immagine recente di quando il giovane le aveva strappato di mano il commlock, immobilizzandola contro la parete, per correre in soccorso di John. Ma, questa volta, lo guardò direttamente negli occhi, affrontandolo. “Si!” gli disse, ferma. “Beh, non sta a me giudicare quello che ha fatto”, le disse il giovane, lo sguardo fiammeggiante. “Lei conosce John Koenig quanto e più di me. Sa chi è! Conosce la sua forza d’animo, la sua caparbia onestà. Sa perfettamente che il suo pensiero e le sue azioni sono sempre mirate a difendere e a guidare tutti noi, alla ricerca di quello che è il meglio per ciascuno di noi. Lei sa che ha preso sulle sue spalle con responsabilità e serietà indicibile l’incarico che ha assunto, prima del 13 settembre del 99, anche se tutto questo non rientrava certo nel compito che gli era stato affidato. Sa che fa tutto questo anche a costo della sua vita.” Alan le si avvicinò ulteriormente. “Questo lo sa perfettamente, vero, dottor Russell?” Al cenno di assenso della donna, il giovane proseguì. “Lo sa e, nonostante questo, ha trovato il… il coraggio di ingannarlo. Lui l’ha pregata di credere in lui, e lei l’ha ignorato…” Alan era furente, sprezzante. “No, dottor Russell. Io non la giudico. Lo sta già facendo abbastanza da sé.” Rimase, per un attimo, a guardarla negli occhi, poi si volse e uscì rapidamente dal Centro Medico, diretto al proprio alloggio. La rabbia e il risentimento di Helen, man mano, mentre Carter parlava, erano scemate per cedere il posto all’angoscia e allo smarrimento. Quando il giovane fu uscito, la donna si appoggiò, sfibrata, al lettino subito dietro di lei, e si raccolse il volto fra le mani, sconvolta. Alan aveva ragione, si disse, totalmente ragione. Come aveva potuto ingannare John? Come poteva, lei stessa, perdonarsi per averlo fatto? Lasciò andare due lacrime che le premevano, prepotenti, contro le palpebre. Era sola, in medicheria. Poteva, per un attimo, lasciarsi andare al dolore che le provocava lo sconvolgimento della sua vita da lei stessa provocato
John Koenig era nel suo alloggio, sdraiato sul letto, le mani intrecciate sotto la nuca, gli occhi fissi al soffitto. Dopo essersi addormentato quasi di colpo, durante la notte, si era risvegliato indolenzito, infreddolito e stordito, intorno alle sei del mattino. Sul momento aveva stentato a riconoscere la situazione, a ricordare quello che era accaduto. Poi, lentamente, aveva ripreso contatto con la realtà. Si era sistemato meglio, sdraiandosi sotto le coperte. Aveva, quindi, ripreso sonno dopo poco, sfinito e sotto l’influsso dei farmaci somministratigli da Mathias. Intorno alle dieci del mattino si era svegliato, riposato almeno nel fisico, più tranquillo. Si era alzato lentamente, i muscoli indolenziti, e si era preparato una leggera colazione con quello che aveva nell’alloggio e del caffé. Poi aveva preso un libro ed era tornato a sdraiarsi sul letto, dove si era immerso nella lettura.
“Bip… Bip…” il segnale di richiamo della porta interruppe le sue meditazioni. John si volse, contrariato, prese il commlock sul comodino, e accese la comunicazione. Il volto di Bob Mathias apparve sul piccolo monitor. “Comandante,” disse il giovane “posso entrare?” “Venga, dottore”, disse John, e puntò il commlock verso la porta dando il comando per l’apertura. Mathias venne avanti, nell’alloggio immerso in una luce soffusa. Cercò, con lo sguardo, la figura del comandante. Infine lo trovò, seduto sul letto, avvolto nell’accappatoio. “Sono venuto a portarle i farmaci,” Disse il giovane medico, mostrandogli un contenitore di plastica rigida con dei blister che spuntavano dal bordo “e a farle una visita di controllo.” John si alzò dal letto e andò, lentamente, verso il suo interlocutore. “Grazie, dottore”, disse. “Sono a sua disposizione.” Bob posò la borsa degli strumenti sul tavolino del salotto e ne estrasse un fonendoscopio, che si pose al collo, e un piccolo analizzatore elettronico. “Come ha riposato?” chiese a Koenig, che ora gli era di fronte, a un paio di passi di distanza. “Abbastanza bene, grazie”, mentì John. Mathias cominciò un esame medico accurato di Koenig che vi si sottopose in silenzio, distaccato e distratto. Circa mezz’ora dopo Bob, terminata la visita di controllo, porse a John un foglietto con le indicazioni e le posologie dei farmaci che erano stati inclusi nella sua terapia. “Le ho portato anche un leggero sedativo”, disse. “Se prova dolore e non riesce a riposare lo prenda pure.” Gli porse un flacone con delle gocce. “Ma è assolutamente necessario che lei prenda le vitamine che le ho prescritto e l’antibiotico.” “Bene, Bob. Lo farò”, disse John, con un vago sorriso accondiscendente. Mathias stava per proseguire, quando il segnale di richiesta di accesso proveniente dalla porta interruppe le sue parole. John si avvicinò al commpost e aprì l’uscio senza neanche chiedere chi fosse, sul viso dipinta un’espressione contrariata, infastidita ma rassegnata. Sia lui che il medico volsero il capo per vedere chi avrebbe varcato la soglia. “Ciao, John!” disse Bergman, inoltrandosi nell’alloggio, alquanto a disagio. “Dottore…” “Buon giorno, professore”, Bob salutò cordialmente lo scienziato. “Ti occorre qualcosa?” La voce di Koenig era fredda e tagliente come l’acciaio. Gli occhi azzurri che alzò sull’uomo erano gelidi e distaccati, quasi ostili. “No, John. Nulla.” Bergman si fece avanti, un vago sorriso sul volto, quasi una smorfia. “Sono passato solo per salutarti. Volevo sapere come stai.” Negli occhi del professore si leggeva chiaramente la contrizione, il dispiacere che gli dava l’atteggiamento del suo amico. Ma si capiva anche che lo accettava, quasi fosse un’espiazione per quel che gli aveva fatto. “Molto bene, Victor”, rispose John quasi con rancore, scostante. “Come vedi sono molto ben assistito dal dottor Mathias e non necessito di nulla.” “Si, vedo…” Victor era esitante, offeso, ma non adirato. “Allora ti lascio…” Il professore lanciò un’occhiata all’imbarazzato Mathias, sorridendogli un po’ mestamente. Poi tornò a guardare il volto duro di Koenig. “Allora ti lascio riposare…” fece qualche passo in direzione della porta, poi si volse a parlare ancora al comandante. “Passerò un’altra volta”, disse, “forse potremo parlare un po’.” “Si, Victor. Un’altra volta.” John era risentito, ma molto colpito dalla sofferenza che vedeva dipinta sul volto del vecchio amico. Un lieve angolo della bocca si sollevò in un gesto che voleva essere un vago sorriso e disse al professore che forse… forse John era solo addolorato, ma… “Un’altra volta parleremo, Victor. Ora sono troppo stanco.” Continuò Koenig cercando di mitigare il suo atteggiamento forse troppo duro di qualche momento prima. “Già…” Victor incurvò le labbra in un vago sorriso e lasciò l’alloggio. John rimase per un lungo momento a fissare la porta che si era richiusa alle spalle del professore. Quindi si volse a guardare Mathias, fissandolo come se si stesse chiedendo chi era e cosa faceva lì.
“Si, Bob?” rispose John, gli occhi improvvisamente velati di tristezza, il volto incupito e sofferto. “Mi dica tutto.” “Volevo solo aggiungere che ho inoltrato un rapporto alla Sala Comandi sulle sue condizioni cliniche ordinando un esonero per due settimane di convalescenza”, disse Mathias, preoccupato dalle condizioni psicologiche del suo paziente. “Va bene, dottore”, disse John lentamente, sospirando, mentre si sedeva sul divano, quasi abbandonandovisi, fissando un punto del tavolino, davanti a sé, le mani abbandonate in grembo. “Dovrà riposare, Comandante. Rimettersi completamente. Altrimenti non potrà tornare al suo lavoro”, continuò Mathias, titubante, indeciso se esprimere o meno a chiari termini quello che era il suo pensiero. “Non tema, dottore.” John sollevò gli occhi a incontrare lo sguardo del giovane medico. “Farò tutta la convalescenza che vuole…” Bob fu molto colpito dalla profonda amarezza che lesse negli occhi azzurri del comandante. In altri momenti John Koenig avrebbe protestato, ribattuto, contro un riposo forzato così lungo. Avrebbe fatto di tutto per tornare al lavoro al più presto possibile. Questo nuovo atteggiamento rassegnato e distaccato, indifferente, in quell’uomo generalmente così deciso e volitivo lo preoccupava alquanto. Poteva essere la porta aperta verso l’abbandono e la depressione. No! Bob respinse quell’idea. John Koenig aveva una forte personalità, una mente brillante, portata ad analizzare e affrontare ogni cosa. Certo, ora si sentiva ferito, rifiutato, tradito. Vedeva allontanarsi da sé quelli che erano i suoi punti fermi, a cominciare dalla fiducia e dalla stima che gli alphani riponevano in lui, ma era certo che, guardando attentamente tutto quello che aveva, dentro e fuori di sé, Koenig sarebbe riuscito a emergere, fortificato, da quella amara esperienza.
John sollevò lo sguardo rivolgendo al giovane un sorriso velato di tristezza, distante, anche se caldo. “Ne è certo, Bob?” gli chiese. “Che senso ha essere il comandante se i tuoi uomini non si fidano delle tue scelte, del tuo giudizio?” Lo guardò, un sopracciglio incurvato. “La condizione necessaria, ma non sufficiente, per svolgere al meglio il ruolo del comandante, per assumere sulla propria persona la responsabilità della salvezza, della vita di centinaia di persone, per svolgere appieno questo compito, è quella che queste persone si fidino ciecamente di quello che fai, che non le contestino. Capisco il dissentire, ma la scelta finale deve essere di chi ha su di sé la responsabilità, di chi ne ha il ruolo. Se questa fiducia, questa macchina dai meccanismi complicati che è Alpha, si incrina, se si rompe l’equilibrio che deve essere perfetto, fra ogni sua parte, ogni pezzo smette di funzionare in simbiosi, in perfetta armonia con le altre, e si rischia il crollo totale.” Fece un vago gesto con una mano, contraendo le labbra in una smorfia amara. “Io ho sempre cercato di ascoltare il parere di tutti, di pesare con attenzione l’opinione di tutti, e mi sono sempre assunto ogni responsabilità, per quanto gravosa questa potesse essere. Su di me ha pesato ogni insuccesso, ogni morte, ogni problema, l’onere di ogni scelta decisiva. Ma questo, a quanto pare, non è servito. E ora non sono più certo che l’essere io il comandante di questa base abbia senso, che sia un bene, per Alpha. Se gli alphani non ritengono di potersi più fidare di me e delle mie scelte il mio comando potrebbe essere un pericolo per la base. Ci sono, davanti a noi, chissà quante situazioni nelle quali gli ordini vanno eseguiti immediatamente e alla lettera. Se ciò non avverrà perché non ci si fida delle mie scelte si rischierà la sopravvivenza di tutti. Allora sarebbe molto meglio cambiare, sin da subito.” “Non dica sciocchezze, Comandante!” esclamò Mathias. “Mi scusi se mi permetto, ma sono più che certo che ognuno di noi non vorrebbe nessun altro, come comandante, neanche se fossimo ancora ancorati alla Terra. Ognuno di noi ha una cieca fiducia in lei. Solo che…” la voce del medico era accalorata, infervorata “…è che siamo tutti esseri umani, Comandante, fallibili. Davanti al pericolo concreto possiamo sbagliare, farci prendere dal panico, ma questo non tocca minimamente la certezza che lei è l’unico in grado di guidarci, in questo nostro viaggio nello spazio, attraverso tutte le incognite che ci circondano. Io non riesco neanche a concepire l’idea che il comandante possa essere qualcun altro, e so che ognuno degli alphani la pensa come me!” “Grazie, Bob”, disse John, con un sorriso mesto. “Rifletterò su quello che mi ha detto e su tutto il resto.” Mathias annuì e fece per andarsene. Poi si bloccò. “Comandante,” disse ancora, “ci rifletta con calma, in questi giorni. Si renderà conto che quello che ho detto è vero.” “Lo farò, Bob. Grazie”, rispose John. Mathias salutò ancora con un cenno del capo, e lasciò l’alloggio. John rimase a guardarlo allontanarsi con simpatia e affetto, colpito ma non confortato dalle parole che il giovane medico aveva pronunciato. Era certo della sincerità di Bob, che le sue dichiarazioni corrispondevano perfettamente a quello di cui era perfettamente convinto. Ma questo non placava il suo bisogno di capire, riflettere, pensare e, infine, decidere.
Capitolo Terzo
“Mi perdoni, dottor Russell”, le aveva detto. “Non è per lei, ma mi sembrerebbe di tradire la fiducia del comandante.” “Capisco, Bob.” Aveva risposto lei, chinando per un attimo il capo. “E poi sono quasi certo che questo periodo di convalescenza gli farà bene e riuscirà a ritrovare la tranquillità e la sua volontà di affrontare e superare i problemi.” Alle parole del collega, accompagnate dalla calma tipica del suo carattere, la donna si era alquanto tranquillizzata. Ma ora, mentre leggeva i rapporti della giornata, Helen Russell era sempre più preoccupata e allarmata. Il suo pensiero correva sempre a quello che Mathias le aveva detto, ma soprattutto a quello che non le aveva detto e la sua ansia cresceva sempre più. Doveva andare da lui, controllare di persona! “Stai cercando una motivazione che ti giustifichi, Helen Russell?” pensò. “Hai bisogno di una scusa per concederti di andare da lui, di valutare di persona le sue condizioni, per tranquillizzarti?” Decise che, quali che fossero le vere ragioni che la spingevano, doveva andare da lui. Doveva cercare di capire cosa si agitava veramente nella mente di John Koenig, se il ponte che c’era fra loro due si era spezzato per sempre, se egli aveva cancellato, lavato via dalla loro esistenza, qualunque cosa detta o non detta, fra loro, tutto quello che c’era mai stato. Doveva, più ogni altra cosa, sapere se c’era qualche altra cosa, di più grave ancora, che Mathias le aveva taciuto. Fu con uno strano peso sul cuore, un morso che le bloccava il respiro all’altezza dello stomaco, che, dopo aver dato le consegne a Ben Vincent, si allontanò in fretta dal Centro Medico, inoltrandosi nei corridoi che conducevano all’alloggio del comandante.
John Koenig sedeva, rilassato, contro lo schienale, su un divano della zona living del suo alloggio. Indossava la vestaglia blu, di pail, sul pigiama, stretta intorno al torace. Sulle gambe accavallate aveva delle stampe da computer. Altri fogli li reggeva fra le mani, scorrendoli con lo sguardo, immerso nella lettura. Sentiva i pensieri ronzargli nella mente, quasi fossero un rumore di sottofondo, costante, pacato, ma distinto. Ma sapeva anche che non era il momento di lasciarli andare in libertà. Doveva prima far sbollire le sensazioni generate, nell’immediato, dagli eventi, quello strano insieme fra smarrimento, freddo, profondo e interiore distacco, ma anche rabbia, altrettanto profonda e sorda. Leggere, immergersi in una lunga storia che lo occupasse a lungo, lo avrebbe sicuramente aiutato ad attendere quello che sarebbe stato il momento giusto. Nella sua mente sentiva ripetersi le parole misteriose di Arra, le cose che lei gli aveva svelato riguardo al destino di Alpha, ma anche quello che ella gli aveva taciuto. Il suo desiderio di capire, decodificarne il significato profondo, cresceva di attimo in attimo. Ma, istintivamente, sapeva di dover attendere e lasciar sedimentare anche questo, nella sua mente, fino a quando tutto, nel suo insieme, non gli sarebbe apparso più chiaro e distinto, dai contorni ben delineati, e avrebbe saputo che era giunto il momento giusto per fermarsi ad affrontare i propri fantasmi e i misteri che gli si presentavano davanti.
Un istante e Helen Russell fu entrata. Nonostante quello che si era detto, quello che si era proposto, quando la vide entrare, titubante, quasi timorosa, eppure decisa, John non potè impedirsi di essere assalito da un moto di tenerezza che, per un attimo, gli illuminò e addolcì il volto. Anche se il sorriso scomparve rapidamente dal volto di John Koenig, Helen lo notò e se ne sentì rincuorata. Forse non tutto era perduto, si disse, forse… La porta, al segnale emesso dal commlock di John, si chiuse alle spalle di Helen che, per un attimo, si volse lievemente, come a volersi accertare di quello che stava accadendo dietro di lei. Poi la donna tornò a voltarsi verso il comandante e andò lentamente nella sua direzione. “Come stai, John?” gli chiese, quando fu a pochi passi da lui. Il tono preoccupato e dolce della voce di lei tornarono a intenerire l’animo del comandante. John si rilassò e le rivolse un vago sorriso, anche se in esso non vi era la parvenza di quello che, in passato, egli le aveva espresso con lo stesso gesto. “Sto bene, Helen. Non hai motivo di preoccuparti per me”, le disse, calmo. “Stai mangiando a sufficienza? Stai prendendo i farmaci che Mathias ti ha portato?” continuò ancora Helen, teneramente. “Si. Mi sto curando e riposando”, le rispose l’uomo brevemente. “Posso sedermi?” chiese Helen avvicinandosi e indicando, con un cenno del capo, il posto sul divano accanto a quello occupato dall’uomo.
“Cosa stai leggendo?” chiese ancora Helen, innervosita da quello strano clima fra il familiare e l’impersonale. “Ho scaricato dalla biblioteca centrale una copia di Guerra e Pace, di Tolstoy, e ne ho stampata una parte.” “Non l’avevi già letto?” “Si, ma ho bisogno di qualcosa che mi tenga impegnato a lungo, che sia abbastanza fantastico da catturare l’attenzione e che sia voluminoso. I romanzi di Tolstoy lo sono.” Fece una smorfia amara. “Credo che il prossimo sarà Anna Karenina.” “Io… mi chiedevo se noi…” “No, Helen”, la interruppe John bruscamente, ma con gentilezza. “Parleremo e chiariremo tutto quello che c’è da chiarire, ma non ora. Ora ho bisogno di chiarirmi prima con me stesso e anche questo è molto difficile e molto laborioso.” “Capisco…” Helen abbassò il capo, delusa e amareggiata ma non priva di una lieve speranza, dentro di sé. John sentì il bisogno quasi istintivo di confortarla. Alzò una mano in un movimento rapido, come per prendere quella di lei, abbandonata sul divano accanto a lui, ma si trattenne, la chiuse a pugno con forza e la ritrasse. “Ho bisogno di rasserenarmi e tranquillizzarmi, Helen”, le disse, “prima di poter affrontare le tante cose che sono successe e anche quello di cui… non ho avuto il modo di parlarti.” Un moto doloroso contrasse il volto dell’uomo, al ricordo delle circostanze che avevano vissuto quando aveva cercato di convincere i membri del suo staff direttivo di quello che diceva, quando aveva provato a dare loro un ordine nel quale credeva ciecamente, nell’urgenza del momento “date le circostanze”. Helen comprese quello che si agitava nella mente di John in quel momento e ne avvertì, rinnovata, la ferita. Sospirò silenziosa, poi cercò di cancellare dal suo animo quelle sensazioni negative e continuò:
“Esatto, Helen”, rispose lui. “Ma ora non me la sento di discutere neanche di lei.” Per un attimo il suo sorriso, anche se triste, parve quello aperto e caldo di sempre. Poi il suo volto tornò a incupirsi, a nascondersi sotto un velo di indifferenza. “E ora vorrei continuare a leggere e ad ascoltare la mia musica, Helen”, le disse. “Ti ripeto, non hai motivo di preoccuparti per me.” E riprese fra le mani i fogli che teneva abbandonati in grembo, ricominciando a leggere come se lei non fosse lì. A Helen non restò altro da fare che alzarsi e abbandonare la stanza, dopo un’ultima occhiata dubbiosa e dolente all’uomo che, seduto sul divano, sembrava completamente immerso nella lettura, distante da lei. John ne seguì i movimenti con la coda dell’occhio, sforzandosi di non alzare il capo, di non farle intendere che era molto colpito dal dolore che vedeva dipinto sul suo volto, dalla profonda tristezza che leggeva in lei. Quando la porta si fu chiusa alle spalle di Helen, la tensione abbandonò il corpo di John che lasciò ricadere i fogli, ricoprendosi il volto con le mani, ricacciando indietro le lacrime di rabbia e rimpianto che gli salivano agli occhi.
Capitolo Quarto John Koenig spense il computer e il monitor. Era stanco di guardare film e concerti. Aveva lasciato la sua mente vagare abbastanza, in quella settimana. Eccetto che per le visite di controllo di Mathias, era stato completamente solo con sé stesso, in quei giorni, come oramai non gli capitava da tanto tempo. La cosa non gli era affatto dispiaciuta. L’aveva cercata e coltivata, quella solitudine, della quale, in un certo qual modo, aveva davvero bisogno: che da sempre, per lui, era compagna di riflessione, di pensiero, adiuvatrice e amica. Ora sentiva che era giunto il momento di guardare in volto gli avvenimenti che lo avevano così dolorosamente colpito, sia intimamente che fisicamente. Era giunto il momento di comunicare con qualcuno, di confrontarsi con un interlocutore oltre che con sé stesso. Non ne aveva parlato con nessuno, dalla riunione del personale di comando nella quale aveva subito l’inganno da parte dei suoi… collaboratori. Era giunto il momento di esprimere alcune cose ad alta voce, di confrontarsi anche col suono delle cose che aveva vissuto e di quelle che lo angosciavano. Rapidamente fece una doccia, indossò biancheria e divisa pulita, poi uscì dal suo alloggio, diretto a quello di Alan Carter. Era dalla notte del ricovero che non lo vedeva, ma oramai doveva star meglio anche lui e, forse, anche lui sentiva il bisogno di parlare dell’esperienza che avevano condiviso.
“Vieni avanti, Paul”, disse il giovane, senza distogliere la propria attenzione dal monitor. “Un minuto ancora e avrò sterminato la flotta avversaria.” “Faccia con comodo, Alan”, disse John, con un sorriso divertito. “Aspetterò.” “Comandante!” Carter sollevò lo sguardo di scatto, riconoscendo la voce del suo interlocutore. “Venga! Venga avanti!” Gli andò incontro, cordiale. “Credevo che fosse Paul.”
“Molto meglio, Comandante! Anche se devo confessarle che mi annoio parecchio. Lei, piuttosto… Ho chiesto sue notizie al dottor Russell tutte le volte che è venuta a visitarmi…” Alan stava per aggiungere altro ma si interruppe alla vista della smorfia contrariata che incurvò la bocca del comandante e che ne rabbuiò, rapidamente, il volto. “Molto meglio, Alan”, disse John, cercando di non far trasparire il proprio disagio. “Ne sono contento, Comandante”, rispose Carter. Poi il suo volto assunse un’espressione fra il buffo e il contrariato. “Non so cosa fare, tutto il giorno. Oramai sto benone ma non vogliono lasciarmi riprendere il mio lavoro.” “E’ un’occasione piuttosto rara, su Alpha.” John battè una mano sulla spalla del giovane interlocutore. “Se la goda, finché dura!” lo incoraggiò. “Già”, borbottò con un sorriso Carter, “ma è dura! Lei cosa fa per passare il tempo?” “Beh, leggo molto…” John fece un paio di passi, avanzando nell’alloggio, “penso, ascolto della musica. Tutte cose per cui devo, generalmente, faticare a ritagliarmi degli spazi.” “Anche io sto pensando molto, Comandante”, disse Alan, tornando serio. “Ci sono tante cose che mi si agitano nella mente e che vorrei chiarire.” “Suppongo che si tratti, in gran parte, di quello che lei e io abbiamo vissuto, vero?” “Proprio così!” Alan si portò una mano alla bocca, pensieroso. “Comandante,” disse poi, “credo proprio di avere bisogno di parlarne con qualcuno, di capire meglio e mettere a punto alcune cose.” “Anch’io,
Alan”, disse John, serio. “Allora preparo del buon caffé per entrambi. Ci aiuterà, non crede?” John accennò a un breve sorriso. “Credo proprio di sì” si disse. Carter annuì, negli occhi un’espressione intenta e un po’ distante. “Mi dia un attimo per prepararlo”disse, e si allontanò diretto alla zona cucina.
“Comandante,” lo chiamò il giovane, “amaro e nero, come piace a lei” disse, porgendogliene una. John si volse, per incontrarne la sguardo, sul volto un sorriso caldo, ma malinconico. “Grazie, Alan”, disse, prendendo fra le mani la tazza colma di liquido fumante. La portò alle labbra e bevve, lentamente, un lungo sorso di caffé, mente tornava a volgere lo sguardo, brevemente, all’universo nel quale stavano navigando. “Comandante”, disse Alan, dopo un attimo di esitazione. John tornò a guardarlo in volto, interrogativo. “Paul mi ha detto quello che ha fatto per me” continuò il pilota, esitante. “Intendo dire… sa, quando è venuto fuori, dopo l’esplosione, a cercarmi, a portarmi in salvo, rischiando la sua vita anche se tutto faceva credere che io fossi morto, anche se tutti le consigliavano di desistere.” Esitò, ancora per qualche attimo, sempre più imbarazzato. Non era cosa facile, per lui, che in genere dimostrava quello che provava con le azioni più che con le parole. “Insomma, Comandante”, continuò, “volevo ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me, compreso l’aver ritardato la detonazione delle cariche nucleari, sull’asteroide…” “Parla proprio lei, Alan?” rispose John, con una vaga smorfia che voleva essere un sorriso. “Lei che mi è stato accanto, contro tutti, in diverse circostanze, compresa quella del nostro incontro col pianeta Zenno, quando io ero in coma…”gli sorrise con affetto. “Non deve ringraziarmi, Alan. Ho fatto solo quello che ero convinto di dover fare.” Bevve un sorso del caffé che gli aveva portato il giovane e si volse a guardare fuori, fingendo distrazione. “E poi, sull’astronave di salvataggio c’era anche Paul.” “Si, lo so. Ma lui mi ha detto che lo ha fatto perché la sua caparbia volontà di venire a cercarmi lo ha fatto sentire irritato e anche in colpa. Non poteva lasciare che lei venisse da solo, se voleva potersi dire mio amico… e anche suo…” John si volse di scatto, punto da quell’ultima osservazione. Avrebbe voluto replicare, controbattere, ma si rese conto che, facendolo, avrebbe ferito i sentimenti di Alan, e questo proprio non lo voleva. Così respirò profondamente, e replicò. “Per qualunque motivo l’ha fatto, Alan, lui c’era”, disse. “E…” stava per aggiungere che era già molto di più di quello che aveva fatto per chiunque, ma si trattenne. Non era giusto. Paul non lo meritava e quella frase sarebbe stata generata solo dal risentimento e questo lui non lo voleva. Alan sorrise, poi seguì lo sguardo del comandante che tornava a volgersi verso l’esterno. Bevve un lungo sorso di caffé e poi posò la tazza sul davanzale. “Mi sconvolge quasi l’idea di aver avuto questo… appuntamento… con la vita, con la storia, da millenni”, disse, improvvisamente, John. “L’idea di come le sorti della vita di esseri che popolano l’universo siano così strettamente legate fra loro, che ciò che accade in un punto remoto dello spazio sia destinato a influenzare, invariabilmente e in maniera totale, l’esistenza di altri popoli e di altri pianeti, posti in zone completamente diverse di un universo che, forse, non è neanche lo stesso, mi lascia quasi senza fiato.” Si volse a guardare Alan, ma come se in quello del giovane vedesse il volto di tanti altri, come se penetrasse, con lo sguardo, oltre la persona del giovane pilota, per trovare tutto quello che era ansioso di sapere. “Pensi, Alan, è come dire che la catastrofe che ha lanciato la Luna nello spazio, le beghe politiche di Simmonds e della Commissione Spazio… tutto, assolutamente tutto quello che abbiamo vissuto sinora, e chissà quanto altro ancora, era scritto… predestinato, preordinato. Tutto è accaduto e accadrà per…” John tornò a guardare, quasi sognante, l’immensa distesa luminosa di stelle e galassie, fuori da Alpha “…per seguire un volere già scelto, un disegno già tracciato… nella notte dei tempi, dall’ordine materiale delle cose, da… una sorta di intelligenza cosmica… o da Dio, se vuole.” “Già… è sconvolgente…” Alan scrutò il profilo intento di Koenig. “Mette paura, un’idea del genere. Potrebbe essere… una sorta di prova velata dell’esistenza di un Dio… un essere superiore…” Scosse il capo, smarrito. “Non saprei se esserne rassicurato… o impaurito…” mormorò, avvicinandosi ulteriormente al vetro e guardando fuori. “Ha ragione, Alan”, disse John, “quasi mi sento svuotato, ora, privo di una meta, di uno scopo. L’idea di aver assolto a un compito del calibro di quello che abbiamo avuto rischia quasi di togliere importanza a quello che ancora sarà…” John si volse e si diresse, lentamente, verso il centro della stanza. “Ma poi penso che, qualunque cosa sarà di noi avrà ripercussioni in tanti altri mondi e su tante altre forme di vita, così come sarà concatenato a quello che è il destino di chissà quanti e quali altri mondi, quante altre vite…e allora sento di nuovo che siamo parte di un piccolo ma grande granello in un universo ricco di fascino, di mistero, di meraviglie e di cose da conoscere e da imparare… e questo mi fa sentire sollevato…” Alan lo seguì verso la zona living e gli indicò un divano. Quando il comandante si fu accomodato, il giovane pilota gli si seddette accanto. “Già. Questo ci proietta verso una dimensione più serena. Non siamo più sperduti, a causa di uno strano e imprevedibile incidente, lanciati in un universo estraneo e ostile, ma diventiamo paragonabili a una cellula che viaggia fra altre cellule appartenenti a un grande organismo” disse il giovane pilota, la voce bassa. “Già! Proprio così!” concordò John. I due uomini terminarono silenziosamente il caffé contenuto nelle loro tazze e rimasero a conversare a lungo fino a quando la loro conversazione scivolò, lentamente, verso argomenti più leggeri e sereni. Stavano ridendo di una storiella raccontata da Alan quando il segnale di richiamo della porta suonò attirando la loro attenzione. Alan, quasi distrattamente, diede, col commlock, il comando di apertura, continuando il racconto che stava facendo a John e ridendo con lui. “Bene!” disse la voce di Helen Russell. “Vedo che siete entrambi più allegri!” La donna avanzò verso la zona living con un sorriso abbastanza forzato sul volto imbarazzato. Non le era sfuggito il fatto che la risata allegra si era spenta di colpo, sul volto di John, nel momento stesso in cui si era accorto che il nuovo arrivato era lei. Alan invece era ancora allegro anche se si era accorto sia dell’imbarazzo che della freddezza che dominavano il comportamento degli altri due. “Venga avanti, dottore!” disse, cordialmente, il pilota “Vuole una tazza di caffé?” “No, grazie, Alan” disse lei, accompagnando le parole con un gesto della mano. “Sono solo passata a controllarla e vado di fretta.”
“Come stai, John?” chiese Helen, sforzandosi di essere fredda e professionale e di nascondere sia l’emozione che la tensione che provava. Non si era aspettata di trovare lì John e, vedendolo, era stata costretta a controllare e a sopire sensazioni che non voleva né sapeva, al momento, comprendere. “Molto meglio, grazie.” Lo sguardo dell’uomo incontrò, quasi senza volerlo, quello di Helen. In quel momento, per un attimo, le difese di entrambi si abbassarono. Entrambi lessero, nell’altro, varie e mutevoli tracce di un unico tormento. Ma fu un attimo. Poi le maschere tornarono a essere sorrette con forza e ostinazione da entrambi.
“Mathias passa regolarmente a controllare la mia convalescenza” disse John, con analogo tono di voce. “Già. Vedo sempre i suoi rapporti.” “Già… E’ tuo dovere…” John distolse lo sguardo, il volto di nuovo cupo, indurito, di nuovo amareggiato. “Io torno nel mio alloggio” disse. “Arrivederci, Alan. Stia bene.” “Grazie, Comandante. Stia bene anche lei” rispose Alan, con calore. Poi John rivolse un ulteriore sguardo nervoso ma anche intenso a Helen. Chinò il capo in segno di saluto, quindi si volse e, senza dire altro, il corpo eretto ma il capo lievemente chino, lasciò l’alloggio.
Quando la porta dell’appartamento di Alan si fu chiusa alle sue spalle, John si soffermò per un attimo, quasi a riprendere le forze che gli erano state necessarie per affrontare l’improvvisa e inaspettata presenza di Helen nel mezzo del suo incontro con il pilota e che ora gli occorrevano per affrontare la tempesta di sensazioni che si agitavano dentro di lui, il lungo cammino che sapeva di dover ancora affrontare, nel proprio intimo, per ritrovare un punto fermo, un appoggio che gli permettesse di riprendere respiro e guardare avanti per un tempo più lontano dell’immediato. Parlare con Alan, confrontarsi con lui, lo aveva certamente fatto sentire meglio. Ma l’incontro con Helen, il grande imbarazzo, la tensione così evidente fra di loro, lo avevano fatto ripiombare in una snervante sensazione di conflitto interiore, di agitazione e di confusione che gli era familiare, oramai, da giorni. Scosse il capo e si sforzò di riprendere il cammino, diretto al proprio alloggio. Camminava lentamente per i corridoi di Alpha, quasi trascinando stancamente un passo dietro l’altro, il capo lievemente chino. Non si accorse dei passi rapidi e delle risate leggere che si avvicinavano, tanto era immerso nei suoi pensieri. “Comandante!” esclamò, allegramente, una voce maschile. “Come sta?” John sollevò il capo a guardare la fonte di quella voce e incontrò lo sguardo acceso di Paul Morrow. Il giovane, di fronte a lui, era in attesa della sua risposta, lo sguardo allegro, sinceramente contento dell’incontro. Con un braccio circondava delicatamente le spalle di Sandra, anche lei visibilmente contenta. Per un attimo John fu tentato di lasciarsi trascinare dalla loro allegria, dalla gioia che emanavano, di forzarsi a dimenticare il dolore che avvertiva, dentro di sé, fra lo stomaco e l’anima, e di tornare a quel rapporto familiare e cordiale che aveva con loro prima… prima di... Ma la ferita era ancora aperta e proprio non riusciva ad abbandonarsi a quel desiderio. “Ci è mancato, Comandante!” disse Sandra, gli occhi neri accesi e brillanti. “Sto meglio, grazie.” Il tono della voce di John era marcatamente freddo. “Presto sarò in grado di tornare al mio posto, così i vostri turni potranno riprendere la normale routine.” Il sorriso si spense sul volto di Sandra, quasi avesse ricevuto uno schiaffo a contraccambiare la sua gioiosa allegria. “Non intendevo quello, Signore,” disse, rattristata, facendosi istintivamente più vicina a Paul. Il giovane la strinse a sé, quasi a volerla proteggere, poi alzò di nuovo lo sguardo a incontrare quello del comandante. “Noi… siamo contenti di vedere che sta bene, Comandante” disse. “Riposi pure tutto il tempo che è necessario per la sua guarigione. Non ci pesa affatto coprire i suoi turni.” Anche sul volto di Paul era evidente il disagio e il dispiacere per l’atteggiamento freddo e distaccato dell’uomo che aveva di fronte. Il silenzio scese fra i tre, che rimasero a guardarsi, mutamente, scrutandosi dubbiosi. Poi, dopo qualche istante, Paul riprese: “Noi stiamo andando a tenere compagnia ad Alan” disse. “Perciò…” “Stia bene, Comandante”, intervenne Sandra, lo sguardo un po’ timoroso ma sincero. John chinò il capo, in segno di assenso e si allontanò senza aggiungere altro. I due giovani si volsero per seguirne i movimenti ora svelti e decisi. Erano titubanti, disorientati da quell’atteggiamento così distaccato, quasi iroso, di quell’uomo che, invece, era stato sempre gentile, comprensivo, amichevole. Quando questi fu scomparso oltre un angolo, Paul e Sandra si guardarono brevemente negli occhi, poi proseguirono il cammino diretti all’alloggio di Alan. John, voltato l’angolo, accelerò il passo. Era furente, ora, arrabbiato con i due giovani per quell’atteggiamento cordiale che contrastava con l’ultima immagine che aveva di loro, furente con sé stesso per aver fatto capire loro i suoi sentimenti, per aver scaricato su altri quelli che erano i problemi che gli impelleva risolvere. Quando fu giunto nel suo alloggio, si chiuse la porta alle spalle, bloccandola con il codice di sicurezza e si guardò intorno quasi disorientato. L’ambiente era quasi completamente immerso nel buio, cupo. John si sentì oppresso da quell’oscurità, da quelle poche luci soffuse, dal disordine che, stranamente, regnava sulla sua scrivania. Cosa gli succedeva? Stava diventando scontroso e misantropo? Non si piaceva e non si riconosceva in quell’uomo cupo e rancoroso che aveva parlato freddamente a Paul e a Sandra, che aveva spento bruscamente i loro sorrisi cordiali. Eppure non riusciva a smorzare la sofferenza e la rabbia che provava all’idea dell’ostilità furente che questi gli avevano riservato durante l’ultima emergenza. Non si riconosceva in quell’uomo cupo, ma sentiva estraneo, in quel momento, anche quello cordiale e amichevole che era stato fino a qualche settimana prima. |